Capitolo I – ANALISI DELLE STRUTTURE MONETARIE INTERNAZIONALI

1. Evoluzione del sistema monetario internazionale.

L’ordinamento internazionale del sistema monetario è certamente la parte più importante del diritto internazionale, perché tocca non solamente aspetti economici giuridicamente rilevanti per il diritto internazionale, ma considera anche categorie di interessi di tale rilievo, da non poter essere ignorati nella interpretazione delle stesse vicende storiche di ogni tempo. L’indagine che ci siamo proposti – sia pure a livello istituzionale – colma una lacuna del tradizionale insegnamento del diritto internazionale. Merita infatti di essere posto nel giusto rilievo il fatto che nel sistema monetario si è andata realizzando una nuova forma di sovranità monetaria che non è solamente internazionale, ma anche – per molti aspetti – sovranazionale.

Il regime monetario, che tradizionalmente si era retto sul rigido principio delle sovranità nazionali in una visione sostanzialmente isolazionistica, veniva infatti a modificarsi integralmente nel periodo successivo all’ultimo conflitto mondiale.

La modifica delle strutture economiche che, con le più avanzate tecnologie, venivano ad accelerare enormemente i procedimenti di produzione delle ricchezze, e l’imponente sviluppo dei traffici, che mettevano in contatto mondi diversi, mercati e contraenti di diverse nazionalità ed operanti in differenti aree monetarie, facevano avvertire l’esigenza di collegare in un unico sistema i flussi monetari che a questi fenomeni si accompagnavano.

Ciò significa soddisfare l’esigenza di stabilire parametri certi per la determinazione dei valori monetari, pur se espressi in differenti divise, e cioè stabilire un comune denominatore delle varie monete. L’oro, che aveva tradizionalmente svolto questa funzione, non era più sufficiente a soddisfare la sempre crescente necessità di liquidità monetaria. Si imponeva, quindi, la necessità di creare un nuovo strumento capace di assolvere alla funzione di moneta internazionale. Il conseguimento di questa finalità caratterizzava l’evoluzione del nuovo sistema internazionale.

2. Gli accordi di Bretton Woods

A partire dal periodo immediatamente successivo all’ultimo conflitto mondiale, si è verificato un sostanziale mutamento dei sistemi monetari tradizionali, in modo tale da renderli particolarmente rilevanti per il diritto internazionale, e tali da modificare gli equilibri politici ed economici dei mercati.

Questo nuovo sistema ha la sua origine negli accordi di Bretton Woods del 22 luglio 1944. I lavori di questa conferenza si basarono sui due progetti presentati rispettivamente da Harry WHITE, delegato degli USA, e da John Maynard KEYNES, delegato inglese, pubblicati contemporaneamente il 6 aprile 1943. Poiché attorno a questi due progetti si mossero i lavori della conferenza e, come vedremo, gli argomenti e le intuizioni in essi contenuti trovarono ampia valorizzazione nei successivi sviluppi dell’ordinamento internazionale del sistema monetario, merita farne qui un rapido cenno [1].

Il progetto WHITE – sul quale fu basata la realizzazione del Fondo Monetario Internazionale – prevedeva un cosiddetto fondo di stabilizzazione internazionale dell’entità non inferiore a 5 miliardi di dollari, costituito dai conferimenti in oro e divise dei Paesi partecipanti.

A questo fondo avrebbero potuto attingere i Paesi aderenti per soddisfare le loro esigenze di liquidità monetaria [2]. A tal fine era prevista la costituzione di una unità monetaria denominata Unitas, che avrebbe avuto appunto come riserva questi valori.

WHITE infatti considerava l’Unitas – con un contenuto aureo di 137 e 1/7 grani (pari a 10 dollari del tempo) – come moneta internazionale concepita alla stregua di una specie di titolo di credito rappresentativo dei valori posti a sua garanzia. In questo schema l’oro assumeva una posizione di tutto rilievo e ciò anche in considerazione del fatto che in quel periodo gli USA erano la nazione con le maggiori disponibilità auree.

Secondo il piano WHITE i Paesi membri erano obbligati a cedere al Fondo, in cambio della rispettiva moneta nazionale, tutte le divise estere e l’oro che fossero venuti ad avere in eccesso rispetto ai quantitativi posseduti all’atto della loro adesione al Fondo.

Il piano WHITE – che nelle grandi linee poi fu accolto nella realizzazione del Fondo Monetario Internazionale – funzionava come una Banca, in cui ogni Paese figurava come “correntista” utilizzando divise monetarie tradizionali (oro e rispettiva moneta). Il progetto presentava quindi dei limiti di incremento della massa monetaria che non poteva essere proporzionata al bisogno di moneta, cioè all’incremento dello sviluppo economico, ma alla quantità di riserva.

Il progetto WHITE, che dava la parvenza di una maggiore affidabilità, perché basato su una garanzia aurea, in effetti non dava alcun serio affidamento che non vi sarebbero stati eccessi arbitrari nella emissione di moneta, come dovevano dimostrare i successivi sviluppi della politica monetaria.

Anche il progetto KEYNES prevedeva la costituzione di una nuova unità monetaria internazionale da utilizzare come riserva: il Bancor, che si differenziava però da quella americana, perché non precedeva la costituzione di un fondo di riserva come presupposto dalla sua emissione, in quanto concepiva il Bancor come moneta internazionale puramente convenzionale, riconosciuta nell’ambito di una unione valutaria fra Stati.

Per il piano KEYNES, la Clearing Union avrebbe dovuto funzionare come strumento per la trasformazione in Bancor dei saldi attivi dei Paesi creditori. Nel piano KEYNES, quindi, il Bancor veniva a costituire una nuova moneta da emettere – sul presupposto di un saldo attivo – a favore del Paese creditore.

Il Bancor avrebbe dovuto avere la qualità di unità di misura del valore, ma non quella di essere oggetto di valore. Noi sappiamo che questa è una ipotesi impossibile, in quanto non è concepibile una unità di misura senza la caratteristica corrispondente a quella dell’oggetto che deve misurare. Sarebbe come concepire un chilogrammo che non avesse la qualità del peso o un metro senza la qualità della lunghezza.

Coglie questo aspetto del problema il PALLADINO, che definisce l’ammontare dei Bancor spettante ad ogni paese creditore, come “limite delle quote teoriche che avrebbe funzionato come semplice remora per i Paesi debitori e come base di intervento per correggere eventuali squilibri patologici e strutturali” [3].

Dunque il progetto KEYNES non si sarebbe concretato altro che nella limitazione della stessa sovranità monetaria dei Paesi aderenti; ovverosia nel considerare il Bancor come parametro di valore cui commisurare gli incrementi monetari di ogni nazione.

I progetti WHITE e KEYNES, anche se avevano delle apparenti affinità, erano quindi strutturati su due concezioni e filosofie monetarie completamente antitetiche.

Entrambi i piani contemplavano tuttavia una Istituzione internazionale: rispettivamente un “Fondo” per WHITE e una “International Clearing Unit” per KEYNES, allo scopo di realizzare una comune disciplina valutaria e le necessarie limitazioni alle politiche monetarie dei Paesi membri.

La impossibilità di fondere in un unico progetto le due soluzioni, derivò dal fatto che i fondamenti dei due piani muovevano su due concezioni antitetiche del valore monetario: per WHITE la moneta aveva valore creditizio ossia di titolo rappresentativo dei valori della riserva; per KEYNES la moneta aveva valore puramente convenzionale, cioè svincolato da qualunque forma di riserva, pur costituendo essa stessa riserva per le varie banche centrali.

Entrambi i progetti realizzavano poi degli scopi parziali, mentre presentavano dei difetti di grande rilievo per differenti aspetti.
I lavori della Conferenza di Bretton Woods si svolsero con la partecipazione delle 44 nazioni inviate dal Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano ROOSEVELT.

La presidenza fu assunta dal Segretario del Tesoro Americano MORGENTHAU. Il Congresso giunse alla unanime condanna del regime monetario precedente all’ultimo conflitto mondiale, mettendo in evidenza la necessità di eliminare la restrizione dei cambi e del commercio con l’estero, incoraggiando la cooperazione internazionale. Nel discorso conclusivo fatto da Lord Keynes, veniva posto in evidenza che la conferenza dovesse considerarsi come l’inizio di una nuova esperienza senza precedenti.
“Abbiamo compiuto qui a Bretton Woods qualcosa di più significativo di quanto è detto nell’atto finale”. Con queste parole di Keynes si chiudevano dopo tre settimane, e precisamente il 22 luglio 1944, i lavori della Conferenza.

3. Il Fondo Monetario Internazionale

Gli accordi di bretton Woods portarono alla costituzione dello strumento operativo per l’attuazione delle mete indicate dalla conferenza: il Fondo Monetario Internazionale. Le opinioni contrastanti su cui strutturare il >Fondo Monetario rispecchiavano le formule antitetiche proposte rispettivamente da White e da Keynes. Prevalse la tesi americana. Il Fondo monetario fu strutturato come una Società per Azioni, e l’accordo che istituiva il Fondo entrò in vigore il 17 dicembre 1846.

La partecipazione al capitale, rappresentato in quote versate da ogni paese, ed il cui ammontare era stabilito sulla base della potenza economica dei Paesi aderenti, era anche la base per la distribuzione dei voti. La quota di ogni paese era composta per il 25 per cento da oro e per il 75 per cento da moneta nazionale. In cambio di tali conferimenti i Paesi acquistavano la possibilità di ottenere Diritti di prelievo, cioè potevano comperare moneta straniera, necessaria a saldare i propri debiti. Scaduto il termine al quale il diritto di prelievo era sottoposto, il Paese che lo aveva utilizzato doveva riacquistare la propria moneta o con moneta di riserva, o con la moneta straniera che aveva precedentemente acquistato. Il limite massimo di utilizzo di diritti di prelievo non poteva superare il 200 per cento della quota di ogni Paese aderente in moneta nazionale.

Questo progetto salvaguardava una posizione di apparente equilibrio fra le varie Nazioni, in quanto il dollaro era sorretto da garanzia aurea. L’accoglimento del sistema americano portò ad una programmazione tale, per cui ci si avvide che la disponibilità di oro e di dollari (la cui emissione avrebbe dovuto essere limitata al rapporto di 35 dollari per ogni oncia troy di oro fino) non sarebbe stata sufficiente ad un adeguato incremento della liquidità monetaria internazionale, in conformità di quelle finalità previste dall’art. 1 dello Statuto del Fondo [4].

Nella strutturazione del Fondo Monetario Internazionale non venivano tenute in alcuna considerazione le monete di conto, cioè utilizzabili soltanto nella contabilità fra Stati (Unitas e Bancor), mentre diventava operante il principio, comune ad entrambi i progetti, di riconoscere all’oro la funzione di parametro di riferimento per consentire che gli Stati aderenti potessero pagare io oro i loro debiti.

4. La crisi del sistema monetario internazionale.

L’abbandono dello schema inglese con una moneta di riserva (Bancor) diversa da quelle nazionali metteva gli USA in una posizione di particolare privilegio. Gli accordi di Bretton Woods erano infatti concepiti in modo tale da essere impunemente violati, perché nessuna nazione era posta nelle condizioni di controllarne l’inadempimento, cioè di controllare se il Tesoro Americano avesse emesso dollari in misura maggiore di quanto consentito dalle disponibilità di riserve d’oro. Un tale controllo avrebbe infatti costituito un’ingerenza negli affari interni di un Paese straniero non ammissibile secondo i principi del diritto internazionale. Questo fondamentale difetto del sistema di Bretton Woods non è altro, poi, che il difetto essenziale derivante dall’equivoco di concepire la moneta come titolo (di credito) rappresentativo del valore della riserva (aurea o non) e non già come titolo puramente convenzionale, quale effettivamente è.

Questa possibilità consentiva infatti agli USA la realizzazione di un disavanzo cronico della propria bilancia dei pagamenti. Ciò per l’ovvia ragione che, a differenza degli Stati membri, che erano costretti a prosciugare di moneta i propri mercati per restituire nei termini al Fondo Monetario i prestiti ottenuti, questo problema non si poneva per gli USA, il cui deficit della bilancia dei pagamenti era soddisfatto con la massima facilità, dato che il Tesoro Americano, essendo il creatore della moneta base del sistema, non aveva nessuna difficoltà a provvedersene.

Questo fenomeno causò l’effetto di un notevole squilibrio sui mercati mondiali, prima di tutto perché. come veniva rimproverato principalmente dalla Francia, con questo sistema gli USA esportavano la loro inflazione; in secondo luogo la massa dei beni e servizi importati causava una notevole crisi nel sistema produttivo americano, perché questo mercato era predisposto all’importazione con il conseguente rallentamento dei propri procedimenti produttivi, disoccupazione e ristagno economico.

Se da una parte i Paesi più industrializzati dovevano fronteggiare la spinta inflazionistica, d’altro canto erano avvantaggiati da un notevole slancio produttivo, che veniva giustificato politicamente dalla opportunità di ricostruire le economie dissestate dalla guerra. (Famosa la frase del noto economista francese Jacques RUEFF, per cui “gli USA tornavano a distribuire birilli per continuare a giocare”).

In effetti il dollaro, andando ad invadere aree monetarie di altri Paesi, veniva ad esautorarli nella parte più essenziale della sovranità politica, perché si arrogava molte prerogative della sovranità monetaria di tutti i Paesi aderenti al Fondo Monetario. Il sistema del resto era strutturato in modo tale che non poteva prescindere dall’uso del dollaro come moneta internazionale. Dal 1959 al 1971 tutti i mercati mondiali furono così invasi da masse sempre crescenti di dollari.

Ha inizio a questo punto il fenomeno degli Eurodollari che tecnicamente vengono definiti come dollari appartenenti a non residenti e che influiscono in modo non lieve a determinare squilibri monetari (abbondanza o rarità di moneta) con spostamenti causati da spinte speculative da un mercato all’altro.

Gli USA che, sulla base degli accordi di Bretton Woods e con l’istituzione del Fondo Monetario Internazionale, avrebbero potuto immettere sui mercati mondiali 10.000 milioni di dollari, avevano praticamente creato oro-carta per 80.000 milioni di dollari. Se dunque gli USA da una parte violarono gli accordi monetari, ciò avvenne con il tacito consenso della gran parte delle banche centrali del mondo occidentale, perché non è concepibile che masse così ingenti di dollari potessero essere immesse sui mercati mondiali in modo surrettizio.

L’antitesi che nacque fra gli Stati Uniti d’America e la Francia di DE GAULLE, particolarmente gelosa della propria sovranità monetaria, sfociò, com’è noto, nella richiesta da parte francese di convertire io oro le masse di dollari esistenti sul proprio mercato. L’esempio francese fu seguito anche da altre banche europee, sicché per tenere fede alla convertibilità nel rapporto di 35 dollari per oncia troy di oro fino, gli Stato Uniti d’America dal 1958 al 1971 subirono una copiosa fuoriuscita d’oro per un ammontare di circa 90.000 tonnellate. Il dollaro cominciò a indebolirsi e l’oro a riprendere quota.

5. Il Pool dell’oro

La previsione della possibilità di un rapido rifluire del valore monetario dalla carta all’oro, che ha sempre costituito una preoccupazione costante dei sistemi bancari, in quanto minaccia la stessa affidabilità e stabilità del sistema monetario internazionale [5], aveva indotto le banche centrali a costituire nel 1961, a Londra, il Pool dell’oro con lo scopo di contenere il prezzo del metallo entro i limiti dei 35 dollari per oncia troy.

Con questo accordo le banche compravano oro a prezzo alto per venderlo a prezzo basso, ciò per l’ovvia ragione che la perdita subita sulla differenza di valore tra il prezzo dell’oro acquistato ed il prezzo dell’oro venduto, veniva abbondantemente ricompensato dagli incrementi di valore conseguiti nelle quotazioni ufficiali delle divise.

Questo controllo del prezzo dell’oro dunque non è comprensibile se non si considera che il sistema bancario, avendo la possibilità di creare a costo nullo moneta nominale, e quindi avendo a disposizione senza limite e senza costo tutto il denaro di cui avesse necessità, veniva abbondantemente compensato della perdita subita nella compravendita di oro, perché, sottovalutando l’oro, lucrava sul corrispondente e contestuale aumento del potere d’acquisto della moneta carta.

La sovrabbondanza di dollari sul mercato causava però una tale massa di richieste per convertire dollari in oro, che nell’ultimo trimestre del 1967 le riserve dei Paesi del mondo occidentale, impegnate a sostenere il dollaro per il rispetto dei patti di Bretton Woods, diminuirono di 1.400 milioni di dollari corrispondenti a circa 1.250 tonnellate di metallo ceduto al prezzo di 35 dollari per oncia troy. Il 15 marzo 1968 il mercato di Londra, incapace di tenere fronte alla sempre crescente richiesta di oro dovette chiudere, così come il mercato di Zurigo. Quello di Parigi però, che aveva legato la propria politica monetaria all’oro, rimase aperto ed il prezzo salì rapidamente dai 35 dollari ad oltre 44 dollari l’oncia. L’avvenimento fu di tale risonanza che i Governatori delle banche centrali, riunitisi dopo pochi giorni a Washington decisero di astenersi da ogni forma di intervento sul mercato dell’oro.

Nella comunicazione rilasciata dopo la riunione veniva testualmente dichiarato: “Il governo americano continuerà ad acquistare e vendere oro all’attuale prezzo di 35 dollari per oncia nelle transazioni con le autorità monetarie… L’oro detenuto da organi ufficiali dovrebbe essere utilizzato soltanto per effettuare trasferimenti tra el autorità monetarie”.

Su questa premessa veniva costituito il doppio mercato dell’oro: uno riservato alle transazioni fra banche centrali, in cui la quotazione del metallo era mantenuta rigidamente al livello di 35 dollari per oncia, l’altro del libero mercato, in cui la quotazione era lasciata oscillare secondo le spinte della domanda e dell’offerta.

Va rilevato che in quel periodo la levitazione dei prezzi era anche causata dalle richieste particolarmente importanti avanzate dalle industrie spaziali ed elettroniche per la realizzazione di nuove tecniche costruttive. Il risultato fu l’accentuazione del divario dei prezzi dei due mercati. Questo episodio non poteva non causare importanti effetti anche sul sistema monetario, perché i Paesi debitori, cioè con bilancia di pagamento in disavanzo, erano sottoposti ad un sacrificio economico ulteriore a quello contabilmente definito, perché impossibilitati a pagare con oro a quotazione di libero mercato; senza dire che i Paesi con consistenti riserve d’oro, fra cui l’Italia, vedevano limitata la loro potenzialità di creare nuova moneta, come invece avrebbero potuto se il prezzo della loro riserva aurea fosse stato quotato liberamente.

Con lo squilibrio che ne derivò sul sistema monetario venne meno il principio della stabilità dei cambi consacrato a Bretton Woods.

6. La fine del regime di Bretton Woods e l’avvento del Dollar Standard.

Le tensioni ed il disagio in cui si era venuto a trovare il tesoro americano dopo la palese impossibilità di rispettare i patti di Bretton Woods portò alla storica dichiarazione di Nixon del 15 agosto 1971 a Camp David, con cui veniva annunciata la decisione di sospendere la convertibilità del dollaro in oro. Data l’importanza di questo avvenimento, sembra opportuno esporre qui gli aspetti salienti di questa nuova radicale modifica del sistema monetario internazionale.

L’economia americana era stata sottoposta a delle gravi sollecitazioni. La artificiosa sopravvalutazione del dollaro rispetto all’oro e quindi rispetto alle altre divise monetarie, aveva aperto delle gravi crisi sul mercato americano. Gli USA avevano pagato a caro prezzo in termini di crisi economica e freno dello sviluppo produttivo l’affermazione del dollaro a livello mondiale come moneta di riserva. Non è senza significato infatti che, contestualmente alla non convertibilità venivano annunciati da Nixon provvedimenti di protezione doganale del 10 per cento sul prezzo dei beni importati dagli Stati Uniti.

Le giustificazioni vere per cui gli USA giunsero a questo passo basavano sull’ovvia considerazione che, essendo stati emessi sui mercati internazionali i DSP (Diritti Speciali di Prelievo) come moneta puramente convenzionale [6] – cioè concepita senza riserva aurea – non c’era nessun motivo che il dollaro continuasse a rispettare questo vincolo di garanzia.

La teoria monetaria intuita da KEYNES nella progettazione del Bancor aveva trovato nei fatti la sua conferma storica. Ed ancor più questa intuizione doveva essere avvalorata dalle vicende che seguirono immediatamente la dichiarazione di Nixon. Sembrava in quei giorni che lo stesso sistema monetario occidentale dovesse crollare.

Il fatto che il dollaro, all’apertura del mercato dei cambi, si svalutasse di minime percentuali rispetto alle altre monete, è la prova che il valore monetario è puramente convenzionale, mentre invece se fosse stato vero il principio che la moneta era da considerare come fede di deposito di oro o di altre riserve, il dollaro avrebbe dovuto perdere del tutto il suo valore. Ciò significa, in altri termini, che qualunque siano le alchimie ed i sofismi giuridico-politici con cui è giustificato il valore della moneta all’atto della sua emissione, rimane il fatto essenziale che la moneta trae valore dalla circostanza che sia accettata dalle collettività nazionali puramente e semplicemente come mezzo di pagamento e come unità di misura del valore dei beni reali.

Gli USA avevano ottenuto per gradi il riconoscimento internazionale che la propria moneta, pur senza riserva, fosse da considerare moneta di riserva. Era la trasformazione ufficiale del Gold Exchange Standard in Dollar Standard.

Si ebbe nei giorni immediatamente successivi alla dichiarazione nixoniana una riunione straordinaria dei Ministri finanziari europei a Bruxelles, che dopo un vivace confronto di soluzioni, in particolare tra Francia e Germania, si concluse con la decisione che il corso del dollaro degli Stati Uniti si stabilisse liberamente in certi Paesi della comunità con il mercato libero dei cambi, mentre invece per altri si aveva la istituzione del doppio mercato. In quell’occasione le autorità monetarie italiane, con un comunicato del Ministero del Tesoro successivamente integrato da una dichiarazione dell’Ufficio Italiano dei Cambi, dichiaravano libera la lira di fluttuare nei confronti del dollaro.

Sulla stessa linea si muoveva anche il Fondo Monetario Internazionale che, tramite una dichiarazione, resa da Pierre Paul Schweitzer, Direttore Generale del Fondo, inviata ai Ministri delle Finanze dei 118 Paesi aderenti, metteva in guardia da soluzioni frammentarie che avrebbero pregiudicato seriamente i risultati conseguiti nel periodo successivo all’ultima guerra mondiale. Il significato implicito di questa dichiarazione era sostanzialmente quello di proporre la conservazione del dollaro come moneta di riserva. Del resto la sua abolizione avrebbe gravemente leso gli interessi dei Paesi che avevano tesaurizzato masse imponenti di dollari, che una volta declassati dal rango di moneta di riserva, avrebbero perso gran parte del loro valore.

Significativa l’espressione usata nell’occasione da Paul Samuelson: “Il problema da affrontare oggi è quello degli 80.000 milioni di dollari rimasti sullo stomaco delle Banche Centrali”.

7. I diritti speciali di prelievo (DSP)

Gli squilibri monetari che avevano pregiudicato la stabilità del dollaro come moneta di riserva internazionale, inducevano le autorità monetarie a programmare un nuovo strumento di liquidità internazionale: i diritti speciali di prelievo (DSP). L’istituzione di questa nuova moneta di riserva internazionale fu approvata dall’Assemblea dei governatori delle banche centrali dei Paesi aderenti al Fondo Monetario Internazionale, tenutasi dal 25 al 29 settembre 1967 a Rio De Janeiro. Questa nuova moneta elaborata nelle sue caratteristiche in quattro anni di studio dal “Club dei 10” (cioè il gruppo dei dieci Paesi più industrializzati fra cui l’Italia) veniva ad aggiungersi alle altre monete di riserva.

Il valore dei DSP venne fissato sulla base di quello di 1 dollaro, cioè 1/35 di oncia troy di oro fino. Questo nuovo strumento monetario aveva circolazione limitata alle transazioni fra Stati o fra le loro banche centrali. Con l’istituzione dei diritti speciali di prelievo (che inizialmente funzionava come strumento dei depositi e delle aperture di credito per cambi), il FMI diventava un istituto di emissione. Possiamo dire che trovava realizzazione così il progetto KEYNES, che aveva previsto la possibilità di creare il Bancor come moneta di riserva puramente convenzionale, prescindendo dall’oro. Secondo il progetto, le quote di diritti speciali di prelievo assegnate ai Paesi membri erano proporzionate alle quote di partecipazione al Fondo Monetario Internazionale. Questa caratteristica fu criticata perché realizzava la conservazione di posizioni di privilegio a favore degli Stati economicamente più forti e bloccava le possibilità di sviluppo dei Paesi economicamente più deboli, che pur avrebbero potuto conseguire notevoli miglioramenti economici e produttivi a patto che avessero ottenuto la disponibilità dei necessari mezzi finanziari.

I diritti speciali di prelievo furono considerati con notevole favore da gran parte degli ambienti politici e finanziari, perché consentivano la costituzione di riserve monetarie senza dover dipendere dalla egemonia del dollaro, ma in effetti ebbero ben poco rilievo pratico perché giunsero a rappresentare appena il 3 per cento delle riserve mondiali.

Va tuttavia rilevato che i diritti speciali di prelievo sono entrati nella pratica delle transazioni internazionali anche per finalità differenti da quelle cui erano stati inizialmente destinato. Banche americane, svizzere, svedesi ed istituzioni pubbliche francesi hanno emesso titoli espressi in diritti speciali di prelievo, o costituito depositi in DSP. I pedaggi per il transito nel canale di Suez sono stati calcolati in DSP e non più in sterline egiziane.

La possibilità della estensione del loro uso ha indotto il Fondo Monetario Internazionale a cambiare i criteri per la definizione del valore base dei DSP ed è stato sostituito al riferimento tradizionale (1/35 di oncia d’oro ovvero un dollaro) un cosiddetto paniere di 16 monete, a decorrere dal 1° luglio 1974; per “paniere” intendendosi la media ponderata delle divise monetarie. Le monete che partecipano del paniere sono quelle degli Stati le cui quote di esportazione di beni o servizi sono stati superiori all’1 per cento delle esportazioni mondiali valutate nel periodo 1968-72 [7].

La predisposizione di questo strumento, che andava ad aggiungersi a quelli tradizionali (dollaro e oro) era giustificata dalla situazione di disagio in cui gli USA si erano venuti a trovare per la impossibilità di emettere dollari nel rispetto dei patti di Bretton Woods.

8. Considerazioni critiche e comparative sui vari orientamenti di politica monetaria internazionale.

Possiamo dire – dopo l’abolizione del Gold Exchange Standard e l’instaurazione dei DSP – che l’oro ha fatto il suo tempo e che è destinato ad essere relegato nel ruolo di semplice merce?

Non crediamo che questa tesi sia attendibile per i seguenti motivi.

L’oro ha le caratteristiche essenziali:
a) di costituire per consuetudine la veste di un valore monetario tradizionalmente riconosciuto in tutti gli Stati del mondo;
b) di non poter essere producibile ad nutum principis;
c) di non poter essere demonetizzabile arbitrariamente, perché il suo valore è convenzionalmente e tradizionalmente riconosciuto prima che dagli Stati, dalle stesse collettività nazionali;
d) di non porre problemi di cambio, essendo già accettato come moneta, se non da tutti, dalla gran parte degli Stati del mondo.

Del resto il tallone d’Achille dei DSP, così come regolato nel sistema monetario internazionale, sta nel fatto di essere attualmente considerato in un sistema monetario ibrido, in cui cioè il valore monetario è concepito in parte come valore convenzionale e in parte come valore creditizio. All’atto dell’emissione infatti il DSP prescinde dalla riserva monetaria, quindi ha valore convenzionale, mentre invece è destinato a costituire riserva monetaria delle varie divise nazionali, che assumono così valore creditizio rappresentativo delle riserve.

Nel caso quindi, tutt’altro che improbabile, che gradualmente i DSP si affermino come moneta di riserva, viene da chiedersi se le banche centrali rispettino il limite di emissione della propria moneta nazionale in proporzione alle quantità di DSP o di altra moneta di riserva in propria disponibilità.

Non si vede perché i vari Stati membri del FMI non possano e non debbano seguire l’esempio eclatante dato al mondo dagli Stati Uniti d’America, che hanno violato i limiti di emissione convenuti a Bretton Woods non solo impunemente ma lucrando altresì il grosso risultato di imporre al mondo il Dollar Standard.

Adottare il sistema keynesiano di sostituire all’oro i DSP, non ne modifica la peculiarità fondamentale che un accordo di questo tipo possa essere impunemente violato perché l’emissione di divisa nazionale, essendo – come abbiamo rilevato – una prerogativa propria ed esclusiva di ogni stato, non ammette interferenze o controlli esterni adeguati, senza pregiudizio alla stessa sovranità.

Questa è la ragione per cui, malgrado le raffinate teorie dei monetaristi e l’abolizione ufficiale dell’oro come riserva, questo metallo continua ad avere notevole prestigio nelle transazioni internazionali. Basti considerare ad esempio che i Paesi dell’OPEC (esportatori di petrolio) ne hanno ancorato il valore ad un rapporto di 20 barili di petrolio per oncia troy di oro fino. (Nel caso che l’oro fosse svalutato, ne deriverebbe un automatico riequilibrio, perché i Paesi acquirenti di petrolio avrebbero interesse a pagare in iri piuttosto che in dollari). A ciò aggiungasi che il valore dell’oro deriva anche dalla sua utilità specifica a soddisfare esigenze industriali di particolare rilievo, specie nelle nuove tecnologie altamente sofisticate.

Per questi motivi l’economista francese Jacques RUEFF ha sostenuto, al tempo del governo De Gaulle, la necessità del ritorno al Gold Standard puro, proponendo la rivalutazione del prezzo dell’oro del cento per cento.

La vera grande modifica di fondo della sostituzione della moneta nominale alla moneta merce sta nel fatto che in questa la disponibilità del mezzo necessario all’emissione della moneta sta nelle mani di chiunque ce l’abbia, in una concezione orizzontale della funzione monetaria che rimane prerogativa del mercato, in quella invece la sovranità monetaria è retta su una concezione verticistica, perché è nelle mani della banca di emissione, la quale ha per legge la potestà, in regime di monopolio, di emettere moneta senza limite e senza costo, attribuendosene peraltro la proprietà a titolo esclusivo. La banca infatti emette la moneta prestandola e poiché prestare denaro è una prerogativa del proprietario, essa è per legge (ndt: Continuando la sua ricerca, il Professor Auriti si accorse che, di fatto, una tale legge che attribuisce la proprietà della moneta alla banca emittente non esiste. Mancando la certezza del diritto in merito al primo proprietario della moneta, si è creato un edifico monetario che poggia sul vuoto e l’ignoranza) dichiarata proprietaria del denaro all’atto dell’emissione.

Si è realizzato così il basilare inconveniente dell’attuale sistema monetario, in cui chi crea i valori monetari sono i cittadini, mentre chi se ne appropria è il sistema bancario che si avvia ormai a conquistare tramite la sovranità monetaria, una sovranità sovranazionale, per non dire mondiale.

Questo rovesciamento contabile ha realizzato un macroscopico indebitamento di tutti i popoli del mondo verso il sistema bancario senza contropartita. Non bisogna dimenticare tuttavia che il gold-standard ha i difetti non lievi di consentire l’emissione monetaria solo ai Paesi che dispongono di oro e di determinare conseguentemente l’incremento di liquidità monetaria non in proporzione alle esigenze produttive e di mercato, ma alla quantità di metallo pregiato.

Col ritorno al gold-standard si verificherebbe, quindi, una drastica spinta deflazionistica per rarità monetaria con gli inconvenienti ben maggiori di quelli del sistema a moneta nominale. [ndt: La Scuola Austriaca di Economia dimostra che, in un sistema dove la proprietà della moneta è affidata alla sovranità del popolo, la deflazione ha invece effetti positivi. Come quando, possedendo delle azioni, se ne vede col tempo salire il valore]

Questo significa che l’oro, pur continuando ad avere il suo prestigio, per le ragioni suddette, nei rapporti internazionali fra le banche centrali, non potrà svolgere altro che una funzione ausiliaria e integrativa del sistema con moneta carta.

Per questi motivi occorre porsi l’arduo compito di programmare una riforma dell’ordinamento internazionale del sistema monetario che abbia – per quanto possibile – i pregi dei sistemi tradizionali senza averne i difetti.

9. Rigidità e flessibilità dei cambi monetari.

Nell’ambito del sistema monetario internazionale, assume particolare importanza il regime dei cambi. Questo regime non può dare stabilità e certezza dei valori monetari costituenti oggetto delle transazioni internazionali, perché la moneta è una unità di misura oscillante nella entità del suo valore, ossia del suo potere d’acquisto, non solamente per iniziative degli organi monetari, ma anche per le più varie cause operanti sul mercato (produzione, consumo, offerta e domanda di merce o di denaro, prezzo del petrolio, etc.), per cui non è facile a volte individuare le cause delle spinte inflazionistiche o deflazionistiche. Basti pensare, ad esempio, che l’inflazione monetaria può esser causata non solo dall’abbondanza di moneta ma anche da aumento della domanda dei beni reali [ndt: o dalla loro scarsità]. La domanda, infatti, causa l’aumento dei prezzi, che esprime quindi una spinta inflazionistica non controllabile dalle autorità monetarie.

Tre sono i sistemi di cambio tradizionalmente operanti:
a) libera convertibilità delle monete;
b) cambio fisso;
c) cambio flessibile entro limiti rigidi di oscillazione.

Ognuno di questi tre sistemi presenta pregi e difetti, di cui merita dare qui un rapido cenno. Per comprendere, sia pure nelle grandi linee, questo fenomeno, occorre distinguere tra inflazione e deflazione, che sono fenomeni monetari interni, e sopravvalutazione, e sottovalutazione, che sono fenomeni internazionali. Data la impossibilità che le autorità monetarie controllino tutte le cause determinanti le spinte inflazionistiche o deflazionistiche, per dare stabilità ed affidamento alle previsioni del valore monetario per la determinazione dei prezzi nelle vendite internazionali (importazioni ed esportazioni) si è addivenuti ad accordi plurilaterali per contenere le oscillazioni dei cambi fra le varie monete entro limiti rigidi. Su questa linea opera il cosiddetto “serpente monetario europeo”, che stabilisce un limite di oscillazione delle monete europee fra di loro all’interno del serpente, ed all’esterno verso il dollaro statunitense. Questo strumento, se soddisfa le esigenze dei singoli operatori, in quanto dà una certa affidabilità sul mantenimento del rapporto di cambio, non è tuttavia privo di inconvenienti, perché l’esperienza ha dimostrato che si verificano fenomeni di sopravvalutazione o sottovalutazione artificiosa delle monete con notevole pregiudizio dell’equilibrio dei mercati sottoposti a regime di cambio fisso o semi-rigido.

A titolo di esempio facciamo il caso che venga instaurato il cambio fisso tra lira e marco tedesco nel rapporto di 400 a 1. Se al momento in cui il cambio fisso viene adottato, una unità di merce costa 400 lire in Italia ed 1 marco in Germania, per l’acquirente sarà indifferente acquistare l’unità di merce nell’una o nell’altra nazione. Se però, malgrado il mantenimento del cambio fisso, le spinte inflazionistiche interne sono di diversa entità, e se l’inflazione in Italia p del 50 per cento ed in Germania dello 0 per cento, avviene che la medesima unità di merce potrà essere acquistata in Italia al prezzo di 600 lire e in Germania sempre al medesimo prezzo di 1 marco. A questo punto l’operatore economico italiano avrà interesse ad acquistare il detto prodotto in Germania, in quanto in virtù del cambio fisso sarà messo in condizione di ottenere 1 marco per 400 lire, pagando al vecchio prezzo il prodotto in Germania.

Questo esempio sta a significare che con il cambio fisso si determina la predisposizione del mercato con moneta sopravvalutata (nel nostro esempio l’Italia) all’importazione, con il conseguente fermo produttivo e ristagno economico; mentre invece il mercato con moneta sottovalutata (nel nostro esempio la Germania) è predisposto all’incremento produttivo ed alla esportazione.

Queste considerazioni mettono in evidenza che la modifica dei rapporti di cambio monetari è tutt’altro che neutra nello scambio internazionale. E ci si spiega come strumenti monetari, che ad una visione unilaterale ed incompleta possono apparire idonei ad eliminare alcuni inconvenienti (ad esempio la instabilità dei cambi verso altri inconvenienti di non minore rilievo di quelli che si erano voluti eliminare.

Per questi motivi la politica monetaria si è orientata su formule di compromesso fra lo schema della rigidità e quello della libera fluttuazione dei cambi, adottando lo schema semi-rigido con limiti di oscillazione sufficientemente ampi da evitare fenomeni imponenti di artificiosa sopravvalutazione o sottovalutazione monetaria.

10. Le Società multinazionali

Su queste premesse ci si può spiegare il fenomeno delle società multinazionali che si sono ormai affermate come protagoniste su tutti i mercati del mondo. Si tratta, come è noto, di società per azioni, o meglio dire di gruppi di società anonima che operano contestualmente su differenti mercati in posizione di assoluta preminenza. Tanto è vero che il fenomeno si è imposto all’attenzione dei legislatori oltre che della dottrina e della giurisprudenza per tentare di arginare l’enorme potenzialità di conquista dei mercati e di dirompente concorrenza.

La vera ragione della maggiore vitalità di questi gruppi di imprese sta nel fatto che, potendo operare su mercati di diversa nazionalità e sotto differenti sistemi monetari, sono in condizione di sfruttare le favorevoli congiunture monetarie: ad esempio incentivando la produzione e la esportazione, nei Paesi con moneta sottovalutata, e disincentivando i procedimenti produttivi e promuovendo l’importazione, nei Paesi con moneta sopravalutata. Esse sono così strutturate da poter superare facilmente le crisi causate dalla inversione di scelta della politica monetaria e dei cambi, perché cono a loro volta nella possibilità di invertire le proprie scelte incentivando o fermando i procedimenti produttivi sui vari mercati.

La loro potenza economica è data dunque dal fatto che sulle loro vele soffia sempre il vento favorevole dei rapporti di cambio delle monete, cui va aggiunto il privilegio di una disponibilità praticamente illimitata di finanziamenti.

E’ ovvio che ciò è possibile perché sono controllate dalle medesime società strumentalizzanti il sistema monetario. Come è stato giustamente detto, con le multinazionali, le banche centrali operano in prima persona sul mercato avendo a disposizione senza costo e senza limite tutto il denaro che vogliono. Ed è questo il vero motivo per cui nei loro confronti non è possibile alcun tentativo concorrenziale da parte delle normali imprese commerciali.

I tentativi finora proposti di arginare l’azione dirompente di questi giganti dell’economia sono rimasti inoperanti e circoscritti al semplice rango delle buone intenzioni, perché il vero problema non è tanto quello di codificare leggi anti-trust [8], quanto quello pregiudiziale di sottrarre il dominio della moneta al sistema bancario.

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